Il welfare state italiano

A circa un mese dalla prima prova scritta per l’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione di Assistente Sociale albo B, dopo aver trattato i diversi modelli di welfare, nel post di oggi affrontiamo in modo più specifico il Welfare State italiano. Quella che segue è un sintesi ragionata su questo argomento che ho studiato principalmente sul testo di “M. Ferrera ( a cura di), Le politiche sociali, 2012”. Conoscere le caratteristiche del nostro sistema di welfare è argomento della seconda prova scritta dell’Esame di Stato albo B.

Il familismo italiano

Il welfare italiano rientra tra i modelli cosiddetti FAMILISTI [Esping-Andersen 1999] , in cui le relazioni intra-familiari e inter-familiari sono intense ed estese e la famiglia funziona come ammortizzatore sociale per il soddisfacimento dei bisogni dei propri membri. In questo sistema lo Stato interviene solo in modo sussidiario quando la famiglia non ha potuto assolvere il proprio compito. In questo modello il sistema dei servizi pubblici è sottosviluppato.
I sistemi opposti a quello familista sono definiti DE-FAMILISTI (tipici nei paesi del Nord Europa). In quest’ultimi la rete dei servizi è più sviluppata e lo Stato interviene in modo prioritario nel soddisfacimento dei bisogni delle persone che, pertanto, possono conseguire il proprio benessere indipendentemente dalle relazioni familiari.

Le distorsioni funzionale e distributiva tipiche del modello italiano di welfare state.

Il Welfare State italiano presenta da sempre alcune importanti caratteristiche:

  • una distorsione funzionale; quest’ultima riguarda la ripartizione delle risorse monetarie destinate alla spesa sociale la cui maggior parte confluisce nel settore pensionistico dedicato alla protezione sociale verso “vecchiaia e superstiti” a discapito degli altri ambiti di spesa. Il settore dell’assistenza sociale, pertanto, si colloca da sempre in una posizione marginale con scarse risorse da distribuire tra i bisogni relativi alla famiglia, alla disoccupazione, all’emergenza abitativa, ecc.
  • una distorsione distributiva che riguarda il diverso grado di protezione di cui godono le differenti categorie occupazionali: i lavoratori alle dipendenze di grandi imprese o dell’amministrazione pubblica godono di ampia protezione; gli autonomi e i dipendenti di piccole imprese sono parzialmente garantiti, mentre i lavoratori appartenenti all’economia sommersa, ancora molto presente nel Sud Italia, e gli irregolari non hanno alcuna garanzia.

Le conseguenze di questo modello italiano di stato sociale:

  • problemi di efficienza, efficacia ed equità. Le differenze si riscontrano nella diversa protezione di cui godono individui appartenenti a generazioni diverse: ad esempio una persona in pensione può contare su un ampio grado di protezione, mentre una donna che ha bisogno di aiuto nella cura dei figli non gode dell’assistenza e dei servizi necessari; altre differenze si individuano tra chi, benché appartenente alla stessa generazione, rientri in diverse categorie occupazionali: ad esempio tra un dipendente della pubblica amministrazione e un lavoratore agricolo.
  • la crisi del welfare state, iniziata negli anni ’70, in Italia è stata particolarmente grave. Per fare un esempio il cambiamento intervenuto nel modo di fare famiglia che ha determinato una diminuzione delle possibilità di quest’ultima di funzionare come ammortizzare sociale, in un sistema familista, quale è quello italiano, ha dato luogo a conseguenze più gravi che in sistemi de-familisti.

Il settore dell’assistenza sociale in Italia è da sempre segnato da importanti criticità: 

  • assenza di una politica organica e inclusiva di contrasto alla povertà¹;
  • mancanza di una normativa nazionale organica che detti degli standard uniformi per tutto il territorio italiano—> ciò determina disparità territoriali significative per cui lo stesso bisogno viene trattato in modo diverso in regioni diverse;
  • l’arretratezza dei servizi che non sono in grado di soddisfare bisogni nuovi sorti con la società post-industriale come la non autosufficienza e i problemi di conciliazione tra famiglia e lavoro.
  • una prevalente offerta di erogazioni monetarie anziché servizi sociali e interventi personalizzati.
  • carenza di risorse destinate al settore dell’assistenza sociale.

Quali sono dunque i punti fondamentali su cui dovrà lavorare l’Italia?

  • Definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) che dovranno essere rispettati in ogni Regione della penisola;
  • Aumento delle risorse destinate al settore dell’assistenza;
  • Un rafforzamento delle capacità delle istituzioni inerenti la programmazione, il monitoraggio, ecc., da cui, in buona parte, dipendono le differenze territoriali che si registrano tra il Nord e il Sud d’Italia.

Come sempre buono studio e in bocca al lupo!
dott.ssa Maria Mirabella

Bibliografia e approfondimenti:

  • “Le politiche sociali”, M. Ferrera (a cura di), il Mulino, 2012
  • “Nuovo dizionario di servizio sociale”, A. Campanini (a cura di);

Note: 
¹per approfondimento su quest’argomento vedi: “Le politiche sociali, M. Ferrera ( a cura di), il Mulino, 2012”

 

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